Esordienti “nello spazio”: quando un campo non può bastare

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Esordienti “nello spazio”: quando un campo non può bastare

Sovente mi capita di vedere allenamenti nella scuola calcio nei quali molte squadre si allenano contemporaneamente in un unico campo di gioco, determinando un sovraffollamento vistoso, talvolta veramente eccessivo anche sul piano dei colori, dei suoni, delle fonti di distrazione potenziale.

Se per i piccoli amici o i pulcini l’allenamento in spazi stretti è compatibile con la dinamica tipica del contesto agonistico del fine settimana, non si può naturalmente dire la stessa cosa in merito agli esordienti, i quali, specialmente quando iniziano a giocare “a 11” utilizzando l’intera ampiezza del campo, hanno un’evidente necessità di adattarsi a spazi molto grandi rispetto alle loro caratteristiche fisiche ed atletiche, situazione  che richiede loro un dispendio di energie piuttosto rilevante.

Fermo restando che condivido l’idea che il calcio a 11 andrebbe strutturato a partire dal settore giovanile, mettendo gli esordienti delle scuole calcio nelle condizioni di giocare “a 9”, seppur in spazi gradualmente sempre più assimilabili a quelli “dei grandi”, va detto che, se questa è la prassi, è necessario fare del proprio meglio per stimolare i bambini ad un processo di “coping” che sia lineare e positivo.

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Questo processo richiede la possibilità che i ragazzi possano esprimersi anche settimanalmente in contesti, spazi ed ampiezze che siano quanto mai simili a quelli della partita, in virtù del fatto che a livello di attenzione spaziale, selettiva, distributiva, ma anche in relazione alla capacità di concentrazione e focalizzazione, è importante che l’allenamento possa essere il più vicino possibile alle esperienze con le quali i giovani calciatori dovranno misurarsi anche in virtù della presenza di un avversario.
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È evidente che tale contesto di adattamento richiama anche aspetti legati alla presa di decisione individuale e collettiva (ben diversa negli spazi ampi), ai ritmi di gioco, ai tempi di intervento e contrasto, oltre che alla naturale espressione del talento. Tutti elementi che seguono evoluzioni diverse in spazi diversi.

Certamente, la possibilità di allenarsi in settimana “nel caos” ha qualche vantaggio: ad esempio la necessità di velocizzare il gioco, di mettere in atto scelte e comportamenti in contesti situazionali in cui si ha una maggiore pressione da parte dell’avversario di turno ed un’elevatissima frequenza di scambio, contrasto, contatto fisico.
Tuttavia, tale contesto non può essere ripetuto in tutti gli allenamenti senza pensare che anche solo a livello di approccio emozionale, l’impatto con il campo “grande” influisce sul senso di padronanza dei bambini rispetto alla situazione di gioco. Anche solo per un banale motivo di mancanza di abitudine.

Ne è esempio la calibrazione della forza nel tiro, che nel campo grande pone i bambini (seppur esordienti) a dover misurare le proprie qualità fisiche in relazione a distanze nuove, determinando talvolta esiti che, se non agli occhi di allenatori o genitori, ai propri occhi possono determinare un senso di inefficacia.

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Domandiamoci ad esempio:

  • Cosa può pensare un bambino di 11 anni che prova a calciare a rete da fuori area, rendendosi conto che la propria forza non è sufficiente determinando un tiro apparentemente “fiacco”?
  • Cosa può provare un portiere che prende goal dovendo difendere spazi macroscopici rispetto alle proprie oggettive potenzialità nel salto e nel tuffo? 
  • Quale valutazione può maturare un difensore o un centrocampista che desidera fare un lancio per un compagno rendendosi conto del fatto che all’intenzione (seppur positiva) non può corrispondere il risultato atteso?

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A mio avviso è necessario sviluppare riflessioni a tal proposito, considerando non solo l’evoluzione tecnica e del comportamento tattico del bambino, ma anche i feedback (ovvero l’informazione di ritorno) che egli stesso ha a disposizione in relazione allo spazio in cui si muove ed alle capacità motorie, fisiche ed atletiche che può esprimere.

A me pare evidente che far allenare i bambini in uno spazio fin troppo ridotto e completamente incompatibile con l’esperienza motoria, cognitiva e sensoriale della partita del fine settimana, sia una forte limitazione al processo di adattamento e che pertanto, anche nell’evoluzione del giovane calciatore, sia necessario organizzare tempi di di allenamento che diano modo agli esordienti di allenarsi adeguatamente.

La scelta di mettere alla prova i ragazzi in spazi “stretti” dovrebbe essere una scelta, non una costante necessità!

Dott. Fabio Ciuffini
Psicologo dello Sport
Sito Web Personale
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