Calcio giovanile: l’importanza del confronto sociale

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Da un punto di vista psicologico, il calcio è interazione, gruppo ed espressione di dinamiche sociali.

Il talento, di conseguenza, emerge sia attraverso la capacità individuale di miglioramento e potenziamento della prestazione (tramite impegno e volontà del singolo), sia grazie alla ”fertilità” del contesto di squadra in cui esso cerca di esprimersi.

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Se un fanciullo con particolari doti tecniche gioca in un contesto di squadra incapace di valorizzare le sue qualità, il talento non potrà adeguatamente svilupparsi. Analogamente, se un gruppo è particolarmente ricettivo, ma la dedizione e la motivazione individuale a migliorarsi non è sufficiente, difficilmente le attitudini di un giovanissimo calciatore potranno emergere.
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Affinché vi sia la possibilità di creare valide condizioni per far sì  che il talento trovi una situazione positiva per esprimersi, è dunque necessario che vi sia una convergenza di un fattore motivazionale soggettivo e di un fattore contestuale accogliente e propositivo.

Uno degli aspetti meno noti ma più importanti che facilitano la positività di un contesto di squadra, è il modo con il quale si manifesta il confronto sociale, che rappresenta una sorta di motivazione universale che spinge un ragazzo a valutare le proprie capacità in relazione a quelle degli altri.

Affinché un giovanissimo atleta sia in grado di “misurare” se stesso e le proprie qualità, è essenziale infatti che abbia a disposizione dei parametri di riferimento con i quali attuare il confronto.

Attività che si realizza attraverso la scelta e selezione di specifiche unità di misura come le attitudini visibili,  le prestazioni, la “bravura” dei compagni di squadra, oltre allo status sociale che i bambini acquisiscono all’interno del gruppo in funzione di possibili tratti di leadership o carisma soggettivo.

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In ambito psicologico Leon Festinger spiegò come il confronto sociale sia particolarmente utile dal punto di vista motivazionale quando esso si attua in relazione ad individui o gruppi che siano “alla portata”, ovvero né troppo bravi né troppo al di sotto del livello personale, stimolando processi motivanti di crescita ed apprendimento.

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Se negli adulti il confronto sociale ha ormai acquisito un livello di strutturazione tale da far maturare nel soggetto una sufficiente consapevolezza dei propri mezzi, nei ragazzi tale processo è sempre in piena e totale evoluzione, il che induce a ritenere che un giovane abbia concreta necessità di confrontarsi costantemente con gli altri, anche a rischio di possibili frustrazioni,  allo scopo di sviluppare la propria identità personale.

Il ruolo principale di un istruttore è pertanto quello di coordinare ed agevolare correttamente lo sviluppo naturale di queste dinamiche, nel rispetto della psicologia del singolo, delle diverse sensibilità soggettive e delle buone prassi di un gruppo sportivo “in formazione” non solo sul piano calcistico ma anche e soprattutto di quello della convivenza.

Non abbandonando mai, soprattutto nell’ambito della scuola calcio, il concetto chiave del “divertimento”  e del “collettivo” senza i quali il confronto sociale diventa soltanto arma di potenziale svalutazione personale in quei bambini che manifestano minori attitudini calcistiche, maturando potenzialmente desiderio di abbandono (quello che in Psicologia viene definito il “Drop Out”).

Bambini inseriti in contesti poco armonici sul piano sociale e scarsamente monitorati sul piano psicologico – laddove il confronto sociale sia cioè più occasione di giudizio reciproco che non di stimolante e sano agonismo – corrono infatti il rischio concreto di espandere (con il cosiddetto effetto alone) una cattiva considerazione di sé sul piano tecnico ad altre caratteristiche della propria personalità, non direttamente collegate “al campo”, accrescendo sentimenti di inefficacia personale.

Allo scopo di rendere il confronto sociale funzionale, è fondamentale pertanto che esso si esprima in funzione di un obiettivo di gruppo chiaro (“lo stare insieme per divertirsi”) e non di obiettivi individualistici di prestazione o di risultato.

Se l’autostima dei singoli ragazzi viene preservata, anche davanti a un confronto sociale che porti ad una naturale processo di selezione nel tempo, si assiste spesso ad un fenomeno gruppale per cui sono proprio i soggetti meno dotati tecnicamente a crescere di più, senza negare ai bambini con maggiori attitudini la possibilità di crescere sotto ogni punto di vista.

 

Dott. Fabio Ciuffini
Psicologo dello Sport
logo-nuovo-psicologosportTel.3200298136
(anche whatsapp)

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