La squadra d’oro: genesi

LA SQUADRA D‘ORO

Ungheria 1950-’54 – Prima parte: Genesi

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Forse non tutti sanno che…”

Quanti racconti cominciano in questo modo? Ebbene, per gli appassionati di calcio, per i ragazzi che si avvicinano per la prima volta a questo meraviglioso gioco, ma anche per chi ama semplicemente le storie sportive, questa è la più incredibile e, con ogni probabilità, la meno conosciuta.

Forse non tutti sanno che Lionel Messi non è stato il primo “falso 9” della storia del calcio. Il pensiero potrebbe volare alla famosa “Arancia Meccanica”, quell’Olanda 1974 targata Crujiff e Neeskens che tanto ha segnato la propria epoca con il Calcio Totale, ma forse non tutti sanno che gli Orange non hanno inventato il loro gioco di sana pianta. Bisogna allora riavvolgere il nastro di un’abbondante ventina d’anni, per ritrovarci in Ungheria, poco dopo la fine della guerra…

Mentre il Grande Torino dominava incontrastato in Italia, ben lontano dall’immaginarsi il tragico schianto di Superga, in Ungheria una vera e propria “generazione di fenomeni” si concentrava nella squadra dell’esercito, la leggendaria Honved Budapest. Le due squadre non si sono mai affrontate, ma una cosa è certa: erano le due compagini più forti al mondo, e si possono annoverare fra le formazioni migliori della storia del calcio.

Ma torniamo a noi: in terra magiara, il monopolio della Honved era contrastato solo dall’MTK Budapest; le due squadre si aggiudicarono tutti i trofei nazionali dal 1950 al 1956 e contribuirono, con i propri blocchi di giocatori, alla formazione della mitica “Aranycsapat” (la Squadra d’Oro).

 

La squadra d’oro deve la sua creazione alla mente geniale del suo allenatore, Gusztav Sebes. Uomo dalle idee rivoluzionarie, Sebes si ritrovò tra le mani una rosa dal potenziale sconfinato, capeggiata da tre giocatori unici come Bozsik, Kocsis e il più grande di tutti, Puskas. Ma mancava il centravanti, un tassello imprescindibile per il calcio di allora, organizzato sullo schema “WM”.

La M era composta da tre difensori e due centrocampisti, mentre la W da due mezzali e tre attaccanti, di cui due esterni e un centravanti. Il problema era che Ferenc Deak, uno che in nazionale aveva la media di 1,45 gol a partita (record tuttora imbattuto) aveva abbandonato a causa delle sue convinzioni politiche poco inclini al regime comunista, lasciando il posto vacante.

Tra Kocsis e Puskas non potevo mettere uno qualsiasi”, diceva Sebes.

La figura di Peter Palotas, discreto attaccante dell’MTK, non convinceva appieno il tecnico magiaro, il quale trovò la soluzione in un compagno di squadra di Palotas, che di mestiere faceva l’ala destra, ma che era dotato di ottimi piedi e gran visione di gioco: Nandor Hidegkuti. In nazionale, Hidegkuti era chiuso nel suo ruolo da Toth e Budai, ed era la terza scelta sull’out di destra.

Qualche mese prima dei giochi erano in programma due partite a Varsavia e a Helsinki con i polacchi e i finlandesi. Sebes non era disponibile ad accompagnare la squadra e perciò affidò precise disposizioni per la trasferta a Gyula Mandi (allenatore) e a Ferenc Puskas (giocatore di fiducia). Il centravanti titolare doveva essere Palotas.

Tuttavia Sebes consegnò a Mandi una busta con un biglietto avvertendolo che doveva aprirla soltanto negli spogliatoi poco prima della partita. Entrambi credevano che contenesse parole d’incoraggiamento per i calciatori. Invece sul biglietto c’era scritto:

Hidegkuti gioca al posto di Palotas!

Hidegkuti, che stava tranquillo in tribuna, fu richiamato per la vestizione e “non ebbe neanche il tempo di pensare”. Morale: Hidegkuti giocò in tutta tranquillità facendo una partita eccellente. Quando gli fu chiesto perché tutt’a un tratto si fosse trovato in una forma così smagliante, il giocatore rispose che, siccome si era coricato alla vigilia sicuro di non giocare, aveva dormito benissimo.

Aveva trascorso tutta la giornata nella consapevolezza che avrebbe assistito all’incontro dagli spalti senza pensare alla partita e a quello che sarebbe potuto accadere se avesse giocato male. Sebes fu abile nel “leggere nella mente” del “nuovo centravanti” Hidegkuti così da poterne scoprire doti e qualità eccellenti.

Finalmente scoprì il centravanti che desiderava per la Nazionale, e che desiderava da anni. Hidegkuti poté così affermarsi al massimo livello mentre Sebes acquisì, da questa esperienza, maggiore fiducia per il lavoro futuro mettendo più cura nello “studio della personalità dei calciatori e dei collaboratori“.

Finì 5-1 per gli ungheresi, con due gol del nuovo numero 9, che diede spettacolo assieme agli altri tre fuoriclasse.

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Hidegkuti però non fece quel che ci si aspettava da un centravanti: arretrava, invece che avanzare, mandando in confusione lo stopper avversario e permettendo alle mezzali di incunearsi nello spazio lasciato libero, sfruttando i cross sul primo palo, altra trovata geniale di Sebes.

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Una vera meraviglia, tanto che di lì a poco nacque la definizione “centravanti alla Hidegkuti”, quello che noi oggi, per merito o per colpa dei trionfi di Guardiola al Barcellona, chiamiamo “falso nueve”. E così, dal classico WM, lo schema ungherese si trasformò in MM, con Hidegkuti che rappresentava il cuore pulsante della manovra offensiva magiara.

Era nata la Squadra d’Oro. 

La squadra d’oro: i trionfi (seconda parte)

La squadra d’oro: finale (terza parte)

Federico Targetti 

Calcio Giovanile & Dintorni

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