Che combini Pep?

Che combini Pep?

Cronaca di un fallimento annunciato!

Già, annunciato. Alzi la mano chi, nell’estate del 2013, non era eccitato all’idea di vedere il nuovo Bayern di Guardiola… Eppure qualcosa non andava. Ma mettiamo un attimo in pausa e riavvolgiamo fino alla finale della Champions League 2012/2013, giocata in un gremitissimo stadio di Wembley tra i bavaresi e il Borussia Dortmund: 2-1 e coppa dalle “grandi orecchie” sollevata da Philipp Lahm nel tripudio generale. Il Bayern di Jupp Heynckess era una vera e propria macchina da guerra, granitica, compatta, concreta: aveva schiantato proprio l’ultimo Barcellona di Guardiola con un complessivo 7-0 tra andata e ritorno, passato alla storia come “la caduta degli Dei“; aveva dominato in lungo e in largo in patria, vincendo Bundesliga e DFB Pokal, la coppa nazionale tedesca; aveva impressionato il mondo. E si apprestava ad accogliere in panchina il miglior allenatore in assoluto. O meglio, quello che sembrava il migliore…

Torniamo a Pep, prima dell’approdo al Bayern Monaco. “Catalano de Catalunya”, cresciuto nel Barcellona sia come giocatore sia come allenatore, da giovane risente molto dell’influenza e del credo calcistico di Johann Crujiff, e si distingue per le classiche doti da “allenatore in campo“. Al termine di una discreta carriera, comincia subito ad allenare, sedendosi sulla panchina del Barcellona B, la squadra-satellite del club azulgrana e facendosi subito notare per il suo tiqui-taca, quella ragnatela di passaggi così fitta, ipnotica e indecifrabile che ci sarebbero voluti anni per venirne a capo. L’anno dopo, il Barça rompe con Rijkaard, ed ecco il momento di Pep: vincerà tutto. Ogni singolo trofeo, con Messi, Xavi e Iniesta in campo, veniva sollevato con una naturalezza quasi sovrumana, tipica di chi sa di essere di un altro pianeta. Due trionfi nella massima competizione europea, intervallati da due eliminazioni in semifinale figlie più della sfortuna che delle reali qualità degli avversari.

Nel 2013, appunto dopo il tonfo clamoroso contro il Bayern, Guardiola trasloca in Baviera, portando con sé dalla Spagna Thiago Alcantara e Xabi Alonso, funzionali ad insegnare ai rocciosi tedeschi il “tiki-taken”. Le cose sembrano andare piuttosto bene: arrivano Gotze da Dortmund e Shaqiri da Basilea, per completare una rosa dal potenziale enorme. Ma allora, cosa non tornava? Semplice: Mario Mandzukic e Bastian Schweinsteiger. I due trascinatori della stagione precedente, bomber il primo e cuore del centrocampo il secondo, non erano, non sono e non saranno compatibili con l’idea di gioco preferita da Guardiola. Risultato? Entrambi via a giugno per prezzi irrisori, quasi a liberare Pep da una zavorra.

E la stagione, com’era andata? In campionato, tutto facile, com’era prevedibile; vinta anche la coppa nazionale. Ma in Champions, ecco in semifinale il Real Madrid di Ancelotti, uno che non bada tanto al sottile: 1-0 per le Merengues al Bernabeu, fragoroso 0-4 subito all’Allianz Arena dagli uomini di Guardiola, incapaci di trovare nuove soluzioni di fronte al pressing organizzato e ragionato dei Blancos.

L’anno seguente, con un Lewandowski in più, l’allenatore spagnolo ci riprova, dopo aver messo in bacheca un altro campionato: ancora semifinali, stavolta contro il suo passato. Il Bayern di Guardiola va a giocarsi l’andata al Camp Nou, contro Messi, Suarez e Neymar. Il problema è che Pep schiera la sua squadra con un modulo che ricorda molto il sistema “WM” utilizzato dalle squadre di calcio nell’epoca anteguerra, un modulo ancora oggi piuttosto efficace, ma negli anni Trenta nessuno doveva avere a che fare con Messi, Suarez e Neymar: affrontarli con una difesa a tre rappresenta un vero e proprio harakiri tattico. Va da sé che il Bayern perse male quella partita, 3-0, e disse addio ancora una volta alla finale, vinta proprio da Iniesta e compagni.

Stessa storia nel 2016, sempre contro una spagnola, sempre in semifinale: il rampante Atletico Madrid di Simeone vince il doppio confronto grazie ai nervi e al gioco grintoso del Cholo, condannando Guardiola ad una nuova eliminazione.

Era ora di cambiare, via dall’Oktoberfest e da Monaco, sotto con gli sceicchi e il Manchester City, dove Pep ha ritrovato una vecchia conoscenza: Yaya Touré, cacciato in malo modo da Barcellona perché, al solito, non adatto al gioco. Stagione 2016/17. Il copione è lo stesso, avvio esaltante, grandi acquisti dalla spagna (Nolito, Bravo), epurazioni dolorose per i tifosi (Joe Hart). E poi? Poi in Champions capita il Barcellona ai gironi, e il City perde 4-0. In campionato cade ripetutamente sotto i colpi di Leicester (4-2), Chelsea (1-3) e Everton, con l’umiliante punteggio di 4-0!

Perché Guardiola non vince più?

La risposta è tutta nella sua mente, la stessa che lo ha portato a vincere tutto con il Barça: Pep non vuole cambiare il suo stile di gioco, non capisce che i giocatori del Bayern o del City non sono quelli del Barcellona, e che non può adattarli forzatamente al propriocredo tattico“, soffocando le qualità di molti per esaltare pochi. Oltretutto, il mondo si sta abituando a questo tipo di calcio: serve più imprevedibilità, serve un gioco più concreto, serve una flessibilità mentale che Guardiola sta dimostrando di non avere, ostinandosi a vedere Messi in Lewandowski e Aguero, e Iniesta in Muller e De Bruyne.

Ora, Guardiola è il più celebre degli esempi, ma il calcio è pieno di tecnici del genere, anche e, purtroppo, soprattutto a livello giovanile.

Prendiamo l’esempio opposto, uno che, di flessibilità, ne ha da vendere: Antonio Conte, un vincente con la V maiuscola. Partito da Arezzo e da Siena con il 4-2-4, ha plasmato la sua Juventus sul 3-5-2 e adesso, alla guida del Chelsea, sta dominando la Premier League con 10 punti sui Citizens di Guardiola; 3-4-3 è il modulo scelto per i Blues, modulo che ha rigenerato Hazard, David Luiz e Matic, valorizzato Diego Costa e Marcos Alonso, lanciato Victor Moses…

Ottenere il meglio dai giocatori a disposizione, dunque, evitando di forzarli verso una soluzione unica e senza alternative, adottando lo schieramento che più si addice alle qualità dei calciatori. E anche allenatori di questo tipo, fortunatamente, nel calcio giovanile e nei suoi dintorni, ce ne sono.

Mister “presenti e futuri”, prendete nota…

Federico Targetti

Calcio Giovanile & Dintorni

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