La direzione della prestazione: fuga o ricerca?

La direzione della prestazione: che cosa cerca il ragazzo quando gioca a calcio? L’obiettivo è “davanti” a lui o “dietro” di lui? Che relazione c’è tra questo aspetto ed il tema del campionismo?

Abbiamo definito il campionismo come quel fenomeno che si manifesta nel momento in cui un bambino o un giovane atleta viene forzato a raggiungere ossessivamente la vittoria e risultati sempre più prestigiosi con finalità implicite di riscatto sociale. Esso è contraddistinto da eccessive pretese da parte degli adulti nei suoi confronti che determinano un carico di responsabilità non compatibile con la sua età, crescita e maturità esponendolo a stress, ipervalutazione delle proprie capacità e del proprio talento, sbalzi d’umore, isolamento sociale, riduzione nel rendimento scolastico o fissazione per un idolo sportivo, rischio di doping e di precoce abbandono dello sport (Il Campionismo nel Calcio. Giovani talenti oppressi dai sogni altrui).

Uno degli atteggiamenti principali che potrebbe contraddistinguere un ragazzo che subisce le pressioni genitoriali o quelle del proprio allenatore o società è caratterizzato da una tendenza a ricercare obiettivi che, anziché essere orientati al raggiungimento di uno scopo positivo (ad esempio il miglioramento della propria prestazione generale, del modo di calciare la palla o di coprire uno spazio etc..), sono finalizzati a fuggire da qualcosa.

Nell’ambito della PNL, programmazione neurolinguistica, che molti punti di contatto ha con la parte applicativa della psicologia dello sport, a mio avviso, si distinguono due tipologie di direzioni, ovvero quella finalizzata a muoversi verso qualcosa e quella invece orientata ad allontanarsi da qualcosa (dette anche muoversi verso o muoversi da).

Se la direzione della prestazione orientata al muoversi verso qualcosa implica un atteggiamento propositivo (e quindi in parte pro attivo) da parte del giovane calciatore che concentra le proprie energie nel raggiungimento di nuovi obiettivi progressivi, il muoversi da, lo pone invece in un’ottica finalizzata ad allontanarsi da una situazione di disagio. Una partita importante diviene quindi non un mezzo per migliorare la propria prestazione sul campo e divertirsi con i compagni, bensì strumento utile ad evitare possibili ritorsioni negative ( ad esempio rimproveri o pressioni negative tra le mure domestiche conseguenti a partite in cui il ragazzo non ha dato il meglio di sé).

In poche parole, il giovane talento trova motivazione nell’allontanarsi da uno status quo negativo, piuttosto che nell’avvicinarsi ad una situazione sportiva positiva per la sua crescita di atleta.

Questo meccanismo è socialmente rilevante per un allenatore che abbia a che fare con situazioni di campionismo o con ragazzi che soffrano troppo le pressioni esterne. Comprendere le reali motivazioni di un giovane implica infatti la necessità di capire se le gesta sportive siano un atto di fuga piuttosto che di ricerca, ipotizzando modalità di intervento differenziate.

Il ragazzo che si muove verso qualcosa ha normalmente un dialogo interno positivo ed una motivazione intrinseca molto forte. Al contrario, il ragazzo che si muove da, ovvero che fugge da qualcosa, può essere più propenso a valutare gli episodi (soprattutto gli insuccessi) in termini più negativi. In questo caso c’è la necessità di porre obiettivi di performance che siano chiari e ben definiti e che siano pertanto misurabili, in modo da offrire al ragazzo stimoli e riscontri che attivino in lui motivazioni personali più forti che vadano oltre l’evitamento del rimprovero o delle conseguenze negative di una sconfitta.
Ciò che potrebbe aiutare moltissimo, in particolare, ritengo sia lo sviluppo di empatia da parte dell’allenatore, ovvero la capacità di interpretare e comprendere a fondo i vissuti emotivi e lo stato d’animo del giovane calciatore.

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Dr Fabio Ciuffini, Psicologo, Consulente Area Psicologia dello Sport

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