Verso il calcio del futuro. I giovani in rampa di lancio?

Verso il calcio del futuro. I giovani in rampa di lancio?

Nonostante la Riforma del nostro calcio sia tema di assoluta attualità ed argomento fortemente dibattuto, pare evidente quanto si renda necessario passare alla concretezza dei fatti. A tale scopo è opportuno  innanzitutto evidenziare quelle realtà che, calcisticamente parlando, hanno portato lustro al proprio paese e alla propria città  ponendo al “centro dell’attenzione” i giovanissimi calciatori del proprio vivaio. E così, possiamo facilmente osservare come, in percentuale, se in Italia i ragazzi che passano dalla primavera alla prima squadra rappresentano solo l’8,4%, in Europa la situazione è ben diversa. In Francia infatti sono più del 23% i giovani che approdano in prima squadra provenienti dal settore giovanile, in Spagna il 21,1%, in Germania il 16,6% ed in Inghilterra il 13,6%.

Al giro di boa della stagione 2016/17 tra le squadre dei 5 maggiori campionati europei è l’Athletic Bilbao la società che ha utilizzato, per il maggior numero di minuti, calciatori “fatti in casa” (64%). Per essere più precisi, nel computo del conteggio, sono considerati calciatori della cantera coloro che tra i 15 e i 21 anni hanno militato per almeno trentasei mesi nel vivaio. L’Athletic Bilbao è una delle ultime realtà calcistiche a “resistere” al calcio moderno. L’attaccamento alla maglia viene ben prima dei soldi. Un esempio? Il ricavato dalla cessione di Ander Herrera al Manchester United nel 2014, che ha fruttato 36 milioni di euro, sono stati reinvestiti tutti nel Settore Giovanile! Tutto questo in totale assenza di rivolte da parte dei tifosi locali. Tifosi che sono anche soci del club attraverso un azionariato popolare costituito da circa 30mila persone, tutti abbonati allo stadio San Mamés.

Nonostante il bacino di calciatori da cui attinge l’Atletich Bilbao sia molto ristretto la società vanta negli anni un palmares di tutto rispetto, come ad esempio il 4° posto nelle stagione 2013/14, il 7° nel 2014/15 e il 5° nella successiva 2015/16, segno evidente che un “calcio orientato ai giovani e al territorio di appartenenza è ancora possibile”. Ad avvalorare il virtuosismo e l’orgoglio territoriale basco c’è l’altra compagine, anch’essa attenta a selezionare giovani per lanciarli in prima squadra. Stiamo parlando del Real Sociedad che segue a ruota in questa speciale classifica con il 55% di calciatori provenienti dalla propria cantera.

Spostiamoci in Francia dove il Lione con il 50% chiude il podio dei minuti giocati da prodotti del proprio vivaio. Osasuna e Tolosa occupano la quarta e quinta posizione con oltre il 40% di calciatori. Il Barcellona precede in classifica l’unica squadra italiana in questa top ten provvisoria: il Milan. La politica portata avanti dal club rossonero è quella di dare spazio ai giovani. Dalla stagione 2016/17 mister Montella ha recepito “forte e chiaro” il messaggio societario lanciando sul grande palcoscenico importanti talenti cresciuti sui campi di milanello. Caso isolato o inversione di tendenza? Partiamo dai numeri attuali.

In Italia un decimo dei ragazzi della Primavera arrivano a giocare nelle serie maggiori!

Nonostante questo dato preoccupante si intravedono all’orizzonte segnali di rilancio e attenzioni diverse verso il vivaio. Del Milan abbiamo già detto. Altra realtà importante e molto legata al territorio è l’Atalanta con un terzo dei giovani calciatori della prima squadra “formati” a Zingonia. Le linee guida della “cantera bergamasca” sono state dettate per oltre un decennio dall’ormai ex Mino Favini, un vero guru nello scovare talenti che, con poche parole (sante), sintetizza il modus operandi delle società italiane e ci omaggia di alcuni “consigli utili” per ottenere risultati con i giovani: pazienza e formazione.

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“Le squadre migliori a livello di settore giovanile, non sono quelle che vincono di più, ma quelle a cui hai dato un’impronta tale che consentirà alla maggior parte del gruppo di arrivare al professionismo. La crisi italiana? C’è poco coraggio nel lanciare i giovani, le squadre mirano al risultato e alla classifica e ricercano subito calciatori esperti, magari stranieri. Invece bisognerebbe avere la pazienza di aspettare e farli crescere. I risultati sarebbero migliori per le Nazionali e per i club stessi”.

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La ricetta del modello Atalanta? Tecnica, volontà, entusiasmo con una base solida di sani valori improntati all’educazione e alla formazione culturale.

Al timone della società di Percassi adesso siede Maurizio Costanzi che, risultati alla mano, sta dando seguito all’ottima impronta del precedessore. I risultati di un lavoro così capillare e organizzato sono sotto gli occhi di tutti. Gagliardini e Caldara, ceduti a Inter e Juventus nella stagione 2016/17 (Caldara lasciato in prestito fino a fine anno) sono solo la punta dell’iceberg di ciò che potrebbe essere il futuro prossimo. Altri giovani sono ben più di una promessa. Conti e Petagna, già titolari in pianta stabile nell’undici di Gasperini, sono calciatori in via di definitiva consacrazione, mentre Alessandro Bastoni e Filippo Melegoni (classe d’età 1999) hanno già assaporato il palcoscenico della serie A debuttando dal primo minuto contro la Sampdoria il 22 gennaio 2017 e, udite udite, facendosi trovare pronti al grande salto (e non solo da un punto di vista tecnico)! Altro “talento” e nome interessante è Christian Capone, considerato dallo stesso Costanzi un pezzo pregiato e un calciatore con un “valore tecnico fuori dal comune“.

A noi italiani si sa, piace vincere, ma il risultato di campo è secondario quando si parla di giovani. A proposito di vittorie nella stagione 2015/16 l’Atalanta ha vinto due titoli nazionali con i giovanissimi under 15 e gli allievi under 17. Tutto questo è stato possibile in conseguenza di un sano progetto tecnico e a di una programmazione che mette al centro il giovane e la sua  formazione. La vittoria di un campionato acquisisce così un doppio valore. Non è fine a se stessa. È continuità perché si vince a prescindere. Non è un caso che i selezionatori delle nazionali giovanili italiane, dall’under 15 all’under 21, abbiano nei propri organici 18-20 calciatori provenienti dalla società bergamasca. Prendere spunto da società virtuose diventa un obbligo per chi fa calcio a vari livelli.

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“Dare più spazio ai settori giovanili nei bilanci societari e recuperare le posizioni perdute in campo internazionale promuovendo un netto cambiamento di rotta culturale attraverso una svolta riformista con l’introduzione di un protocollo di gioco nei club professionisti e/o dilettantistici e con l’istituzione di un supercorso ad hoc e la realizzazione delle Accademie, vale a dire di strutture qualificate dove i ragazzi possano studiare ed allenarsi”. 

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Questo è il pensiero di Felicino Vaniglia, selezionatore provinciale delle rappresentative liguri e da sempre schierato a favore dei giovani, a cui si dedica da più di quarant’anni con passione e entusiasmo.

Vaniglia, nei suoi viaggi di aggiornamento tecnico nei paesi europei, che rappresentano l’eccellenza in materia di “youth sector” (per intenderci Inghilterra, Spagna, Germania e, a breve, la Francia), ha potuto constatare il ritardo che il nostro paese ha accumulato nei riguardi dei nostri storici “competitor”.

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Un gap riconducibile su aspetti di MENTALITÀ (la tendenza a rifiutare di confrontarsi con altre realtà, quasi a voler disconoscere che esse siano oramai, specie in campo calcistico, più evolute metodologicamente e meglio organizzate), CULTURALI (il voler mettere il risultato al primo posto è penalizzante, quando invece oltre confine non importa più di tanto vincere con ogni mezzo i rispettivi campionati, quanto cercare, attraverso investimenti adeguati e muniti della pazienza necessaria, di produrre potenziali giocatori di talento), GESTIONALI (come la mancanza di pianificazione e di programmazione a medio e lungo termine), STRUTTURALI (vedi l’atavica carenza di impianti adeguati) ed ECONOMICI (su tutti, la svalutazione sistematica dei nostri vivai, un tempo vero fiore all’occhiello del football made in Italy).

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E’ su questi nodi strategici che la federazione e le società sono chiamate a muoversi. Ci aveva provato Roberto Baggio con un progetto chiamato “Rinnovare il futuro” (consegnato al Presidente Abete nel Consiglio Federale del 21 dicembre 2011) che si proponeva una riforma dei Settori Giovanili a partire proprio dalle migliaia di squadre dilettantistiche che sono la base e la sostanza del nostro calcio. Un progetto concluso dopo 18 mesi di studio dove un gruppo di 50 persone aveva analizzato aree chiave come quella metodologica a quella organizzativa/logistica, quella tecnologica e quella economica. Il tutto sostenuto da uno studio comparativo con tutte le altre federazioni europee commissionato al Cies, centro studi della Fifa. Un lavoro racchiuso in un libro di 900 pagine. Un benchmark impietoso per la nostra capacità di costruire e valorizzare i giovani.

…Una proposta rimasta senza risposta e che costrinse Baggio, nell’indifferenza generale, a dimettersi dalla carica federale assunta dopo la disfatta sudafricana per dare all’opinione pubblica un segnale di cambiamento. “Non amo occupare le poltrone, ma fare le cose, quindi a malincuore ho deciso di lasciare” furono le parole di Roberto Baggio.

Ci domandiamo, in effetti, se quel libro di 900 pagine sia forse giunto il momento di leggerlo…

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