Questione di Sfortuna?

Questione di sfortuna?

Non penso mai alla sfortuna. Se pensi alla sfortuna parti parecchi metri indietro e non recuperi più. E siccome la vita è una corsa, ma bisogna pensarla come una corsa divertente, è meglio non prendersi degli handicap (Giuseppe Rossi).

Dopo aver letto la prefazione del libro su Giuseppe Rossi dal titolo “A Modo Mio” – My way – edito da Mondadori e scritto con la partecipazione di Alessandra Bocci, il primo pensiero va a confermare ciò che ho sempre pensato riguardo al concetto di (s)fortuna, elementi tirati in ballo a sentenziare un fatto, un evento, un accadimento, soprattutto se questo, è rivestito da connotati negativi. Tralasciando gli infortuni in serie di “Pepito”, mi chiedo:

Quanta influenza può avere sulla performance del calciatore l’idea di essere sfortunato?

Troppo frequentemente, all’indomani di una prestazione nella quale qualcosa è andato storto, si tira in ballo la sfortuna. Da allenatore non credo sia l’atteggiamento mentale corretto quello di “addebitare” alla mala sorte l’esito negativo di un evento sportivo, né tantomeno di una partita di calcio e della prestazione del singolo. Gli allenatori “esperti e navigati” lo sanno bene. L’errore più grande è trovare alibi, sia del singolo che del collettivo. Penso invece che l’atteggiamento corretto e da trasmettere a chi fa sport è “l’analisi e la valutazione dei fatti”, nella sua “realtà oggettiva”. Io educatore, formatore, istruttore, tecnico, allenatore non posso permettermi di “giustificare” l’eventuale errore dei miei calciatori, soprattutto se questi sono dei giovanissimi calciatori in via di formazione.

Per rendere chiara la mia esposizione faccio un esempio: se un attaccante non riesce a fare gol, sarà mia premura, da allenatore, analizzare “insieme al calciatore” questo elemento tecnico per capire dove intervenire per essere più efficace nella fase realizzativa. Nel fare questo lavoro è necessario valutare attentamente le numerose variabili che entrano in gioco, in particolare il “contesto in cui si realizzano i fatti. A tal proposito ricordo che l’efficacia in fase conclusiva dell’attaccante va misurata con gli elementi tecnico-tattici degli avversari e dei compagni di squadra, nonché da caratteristiche ambientali esterne al terreno di gioco. Per questo non vanno posti dei paletti all’analisi della prestazione, si rischia di “non valutare correttamente la realtà” perdendo un’occasione per migliorare la performance

Qual’è dunque l’approccio migliore, l’idea vincente da trasmettere ai propri calciatori quando si trovano a gestire quei momenti, erroneamente chiamati, “di sfiga”?

Non c’è la formula matematica come, del resto, non esiste un formulario magico da mettere in pratica per attrarre a se la “fortuna”. Esiste invece un atteggiamento mentale positivo che non lascia “spazio ad alibi e giustificazioni di sorta”, ma richiama valori persi, ma mai domi e insiti nell’animo umano e che vanno ricercati e riproposti con forza ai nostri giovani.

Sto parlando del SACRIFICIO, della VOLONTA’ DI MIGLIORARSI, della COLLABORAZIONE ATTIVA, della PARTECIPAZIONE CONSAPEVOLE, del confronto sociale con i compagni e l’allenatore, del SENSO DI APPARTENENZA, di AFFILIAZIONE e di OTTIMISMO. Se proprio vogliamo credere nella “buona stella” crediamo e trasmettiamo questi valori, agevoleranno il percorso di crescita dei giovani calciatori, permettendo loro di acquisire coscienza nei propri mezzi (autovalutazione) e autostima (autocritica)…, in soldoni una sana crescita consapevole”

Visto che all’inizio di questo post ho citato Giuseppe Rossi concludo con una citazione tratta dal suo libro, in riferimento ad uno dei suoi numerosi infortuni che hanno costellato la sua carriera di calciatore: quando ti fai male senti un rumore sordo dentro di te e questa è la cosa che spaventa più di tutto. E’ un rumore incomprensibile. Poi vedi tanta gente intorno al tuo lettino in clinica e pensi: non sono morto, è soltanto un ginocchio. La gente viene li e ti guarda come se tu fossi veramente sfortunato…,forse hanno ragione loro, forse è una tragedia. Ma non ci voglio credere. Una sconfitta non è una guerra persa, il mio ginocchio è ferito ma io non mi arrendo. Nemmeno da pensare. Un infortunio, tante storie, e allora? Capita a tutti. Sono in piedi”.

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