Sconcerti e le scuole calcio: “La retta non giustifica il pari minutaggio”

Sconcerti e le scuole calcio: “La retta non giustifica il pari minutaggio”

Alla presentazione di un proprio libro, “La Storia del Gol”, il noto giornalista Mario Sconcerti analizza l’evolversi del nostro calcio, soffermandosi su un concetto molto forte in tema di scuole calcio e libertà di espressione e selezione nei bambini che praticano questo sport.

Le scuole calcio hanno rovinato questo gioco”- leggiamo sul sito rivieraoggi.it-. “Si paga per far giocare il bambino. Il calcio è libertà, la selezione deve essere libera, naturale. Giocano i migliori. Non esiste che si debba giocare gli stessi minuti di un altro ragazzo perché si paga una retta”.

Torna alla mente un nostro pezzo scritto tempo fa in tema di minutaggio di gioco, in cui ci chiedevamo se fosse più giusto dare priorità al principio di equità o a quello di meritocrazia. Come in ogni cosa, la questione andrebbe approfondita, tenendo anche conto del ruolo importantissimo che allo stato attuale rivestono le scuole calcio, non solo dal punto di vista sportivo, ma anche da quello sociale.

E poi siamo così sicuri che i due principi non possano convivere in funzione dell’età, delle attitudini, del contesto sociale ed ambientale? Insomma che non siano sviluppabili metodi di lavoro e concetti in cui essi possano essere seguiti e rispettati entrambi?

La scuola calcio (un po’ come capita quando parliamo di scuola vera e propria) assolve tra l’altro molteplici funzioni educative di responsabilità alle quali tuttavia spesso non corrispondono adeguati aiuti da parte delle istituzioni, il che spinge ad ottimizzare risorse e iscrizioni proprio sul piano economico.

E voi, che pensate?

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5 Replies to “Sconcerti e le scuole calcio: “La retta non giustifica il pari minutaggio””

  1. nicola mazzeo

    Le scuole calcio hanno rovinato il calcio giovanile per diversi motivi.
    Le funzioni sociali e pedagogiche sono improprie perché sono svolte da addetti ai lavori che nella quasi totalità dei casi non hanno nozioni tecniche e scientifiche. Si recano sui campi di calcio senza avere la necessaria formazione e soprattutto programmi di lavoro, predisposti da attuare sul campo.
    Bisognerà un benedetto giorno differenziare fra chi ha le attitudini per giocare a calcio e chi giustamente vuole divertirsi giocando a pallone.
    Pagare la retta è quindi un alibi fortissimo per i genitori di bambini che non hanno le attitudini per giocare a calcio, al fine di pretendere eguale minutaggio rispetto a quelli più bravi.
    Io sono stato costretto a ritirare il mio bambino dalla scuola calcio del Margine Coperta, un anno fa perché il direttore responsabile mi disse che l’unica funzione che ha la scuola calcio è quella di fare in modo che quelli meno bravi intorno all’età di 12 anni giungano alla pari di quelli più bravi. E i più bravi in questo percorso che va da 7 a 12 anni cosa fanno? in pratica insegnano a quelli meno bravi e non progrediscono nel modo migliore. E poi ci si domanda perché non ci sono talenti calcistici veri nel nostro paese da ormai circa 30 anni.
    Le scuole calcio dovrebbero essere il 10% di quelle attuali e lo stato attraverso le istituzioni sportive dovrebbe erogare contributi per lo svolgimento delle attività delle stesse che a loro volta dovrebbero per regolamento avere al loro interno sezioni competitive e sezioni non competitive.
    Tutti questi campionati svolti nell’universo del calcio giovanile dovrebbero essere in buona parte eliminati e il tempo dovrebbe essere dedicato quasi esclusivamente alla rigorosa formazione dell’allievo.

  2. nicola mazzeo

    Mi sono dimenticato di scrivere che Sconcerti è il più preparato e colto giornalista sportivo di tutti i tempi.
    Per cui va da se che i concetti che esprime sono giusti e obiettivi ed anche spassionati e senza pregiudizi.
    C’è comunque dell’altro nel mondo del calcio giovanile che non va. pensate per esempio a quei genitori facoltosi che sponsorizzano le società pretendendo in contropartita che i loro figli giochino tutti i tempi disponibili o quasi.

  3. Anna Antonucci

    Tempo fa leggevo una intervista a Chiarugi: fino ai 12 anni scuola e allenamenti, dopo si cominciava a giocare le partite. Dare un limite di età entro la quale prevale la parte ludica. Dopo vale il merito se si vuole crescere giocatori. Per chi gioca solo per divertirsi dovrebbe intervenire la UISP per esempio o altri enti al di fuori del professionismo. In questo modo anche le società di Scuola Calcio sarebbero obbligate ad avere programmi seri ed allenatori qualificati.

  4. CalcioScouting

    Grazie per i vostri pensieri. Non entro nel merito di situazioni personali (naturalmente qui c’è spazio e diritto di replica da parte di tutti).

    Il problema principale quando parliamo di equità e di meritocrazia non sta tanto nel riconoscere il merito, quanto piuttosto nella difficoltà a gestire da un punto di vista psicologico uno o più bambini che potrebbero sentirsi esclusi con ripercussioni negative sullo sviluppo di autostima.

    In questo diventano decisive alcune competenze educative e psicologiche da parte delle società.

    La gestione delle attività (ben programmate e pensate anche in questa direzione) è la chiave per fare in modo tale che quest’ultimi non si sentano emarginati o inferiori (dobbiamo pensare alle ripercussioni extra-sportive di tale aspetto) ma che allo stesso tempo i bambini che presentano attitudini sportive più spiccate abbiano possibilità di avere percorsi tecnici in grado di favorirli nello sviluppo del loro talento.

    Ribadisco un concetto già espresso tempo fa: la circolarità delle esercitazioni di diversa difficoltà e grado è ciò che dà modo a tutti di misurarsi tutelando tuttavia anche chi ha minori doti tecniche. I bambini sono perfettamente in grado di riconoscere ed accettare se un compagno di squadra ha del talento. Basta ascoltarli mentre parlano tra di loro per capirlo.

    Condivido la necessità di una spiccata parte ludica nei bambini piccoli, ma analogamente ritengo utile che la programmazione possa contemplare livelli diversi di esercitazione nel tempo. Purché tutti i bambini possano confrontarsi liberamente con quest’ultimi, traendone informazioni utili a comprendere i propri limiti e le proprie potenzialità.

    Ho negli occhi il funino di Horst Wein. Esempio di divertimento mixato ad intensità ed insegnamento della tecnica. Valorizza il meno bravo ma dà modo al bambino più talentuoso di crescere in modo esponenziale. In un contesto ludico ma non per questo non formativo.

    Non è un caso che il formatore in questi contesti non è praticamente mai chiamato ed indotto ad intervenire durante la partita.
    Non c’è risultato e non c’è classifica, ma c’è divertimento (tanto), agonismo e naturale competizione/selezione.

  5. nicola mazzeo

    rispondo ad anna antonucci dicendo che l’età determinante per formarsi come possibile calciatore professionista è quella che va dai sei ai dieci anni quella cioè durante la quale la mobilità articolare, le capacità cognitive e motorie si sviluppano con una progressione non presente negli anni successivi. Le teorie di una volta tipo quella di Chiarugi sono abbondantemente superate. Diverso è il discorso dei campionati giovanili che servono a poco anzi sono deleteri se poi non si ha il tempo di formare i ragazzi o si dedica poco tempo a questa essenziale e determinante funzione. L’aspetto ludico per chi vuol fare il calciatore professionista deve essere molto contenuto e di contorno e non dominante. D’accordo sul resto.

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