L’allenatore “motivatore”: basta questo per vincere?

L’allenatore “motivatore”: basta questo per vincere?

Quando sentiamo parlare di psicologia applicata al calcio, la formula magica è “motivazione”.
Un allenatore è “bravo” quando è capace di motivare,  quando cioè ha delle qualità umane e professionali fortemente orientate ed adatte a stimolare i propri calciatori a dare “il meglio di sé”.
L’allenatore, si dice, deve essere anche un “bravo psicologo”, cioè capire da un punto di vista “mentale” i propri calciatori e saperli, appunto, motivare al meglio.

Ecco allora che il dibattito (recentemente ascoltato in una radio locale) verte sul fatto che sia preferibile un allenatore “che urla in campo, che si muove, si agita, richiama e quasi quasi entra in campo” rispetto ad un altro che al contrario se ne sta tranquillo a bordo campo. Osserva, prende appunti e poi fa le sue valutazioni a posteriori.
Naturalmente, il fatto che un allenatore possieda competenze sociali e relazionali è un grandissimo vantaggio oltre ad essere aspetto che alla lunga può davvero premiare. E certamente la capacità motivante è importante.

Ma siamo sicuri che essere un grande motivatore (specie se urlante) sia sufficiente per garantire che un atleta possa offrire grandi prestazioni?

Naturalmente, non ti sarà difficile immaginare il mio punto di vista: no.

Perché? Poniamo il banale caso di un calciatore già fortemente motivato intrinsecamente, ovvero orientato “alla grande” a raggiungere obiettivi in grado di rispondere adeguatamente alle sue esigenze di miglioramento e crescita personale, sviluppo di abilità e competenze, insomma un atleta non semplicemente guidato dalla possibilità di ottenere rinforzi esterni (premi, vittoria…denaro).

Immaginiamo che la sua prestazione, nonostante una preparazione fisica ed atletica di buon livello, non sia tuttavia all’altezza delle aspettative personali e di quelle del tecnico.
Se un allenatore non ha margini di intervento sul piano motivazionale (urlando o non urlando che sia), cosa può andare ad esplorare meglio?

Se l’idea è quella di non lasciare tutto in mano al caso, la risposta potenziale può essere ancorata a numerosi altri aspetti: lo stress, stati di ansia, difficoltà a raggiungere livelli di concentrazione o a gestire l’attenzione in modo adeguato, recuperi difficoltosi dal punto di vista atletico dopo un infortunio, o magari aspetti di natura relazionale o sociale di gruppo che possono ostacolarlo nel dare il meglio. Elementi sui quali non è detto che l’allenatore abbia competenze adeguate e/o strumenti giusti per farlo.

Va da sé che un allenatore motivatore (urlante o non urlante), potrebbe quindi non bastare. Ecco allora che favorire la possibilità di analizzare con strategie di largo respiro aspetti non evidenti ma concreti in grado di spiegare alcuni cali del livello prestativo, può essere decisivo..

Se alla base di un intervento c’è un approccio multidisciplinare, ovvero basato sull’integrazione ed il confronto tra i vari punti di vista e prospettive dello staff (allenatore compreso), ecco che il livello di informazione e conoscenza può davvero aumentare in modo considerevole.

Motivazione, insomma, non è sinonimo di Psicologia. Ne è solo un aspetto. E non può essere l’unico “faro” che guida la discriminazione tra bravo allenatore ed allenatore mediocre, come spesso capita di ascoltare nei dibattiti (compreso quello che ho ascoltato io..).

Ecco perché le competenze integrate sono fondamentali in uno staff per arricchire la qualità di un intervento. Ed ecco perché un bravo allenatore può essere davvero completo quando si apre ad interventi e confronti basati su un approccio globale sul calciatore e sull’atleta in generale. Che possa prevedere, quindi, altre figure al suo fianco.

Ho sempre creduto che non basti la motivazione (per quanto aspetto fortissimo e determinate) e che non basti essere un grande motivatore (e poi, qual è lo stile giusto?), ma serva piuttosto un lavoro completo e organico sull’atleta che possa prevedere confronto, condivisione, integrazione di interventi e prospettive, flessibilità, disponibilità ed atteggiamento aperto nei confronti della mente, oltre che del corpo.

E soprattutto, che contempli la necessità di conoscerlo prima come uomo, e poi come sportivo.

È la caratteristica del gruppo, quella dei singoli che lo creano, è la qualità e l’identità del collettivo che indica quali siano in realtà, la spinta motivazionale e lo stile più adatti a stimolare un gruppo di atleti.

Calcioscouting

Dr Fabio Ciuffini, Psicologo dello Sport. Per info ciuffinifabio@gmail.com oppure visitare il Sito Web personale

 

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