IL CALCIO GIOVANILE: Perché è così importante?

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Recentemente, un noto videogioco di simulazione calcistica si è guadagnato le attenzioni di tutte le riviste e i portali dedicati al settore per l’introduzione, tra le modalità di gioco, di una vera e propria avventura che segue le vicende di un giovane emergente nel massimo campionato inglese, la Premier League. Il realismo di questa modalità è stupefacente, ma, tra i tanti pregi, gli sviluppatori hanno concentrato le proprie energie sulla carriera da professionista del ragazzo, dedicando solo la cinematica iniziale ai momenti di calcio giovanile.

Ma perché, allora, nella realtà, viene data sempre più importanza al settore giovanile delle varie squadre?

Il motivo principale è molto semplice: nessuno nasce sapendo giocare a calcio. Lo ha capito molto bene il Barcellona, che nell’ultimo trentennio si è rafforzato proprio grazie ai giovani cresciuti nella “cantera”, ed è arrivato varie volte sul tetto d’Europa e del mondo. Dunque, costruirsi in casa le proprie vittorie, dare continuità ad una generazione di fenomeni o plasmarne una dal principio. Convincente, no?

Eppure non è tutto. Il calcio giovanile non è solo il crogiolo dove i grandi talenti vengono forgiati, ma anche il contesto in cui molti bambini muovono i primi passi con un pallone tra i piedi, il calcio che si gioca nei campi di provincia, quello che ha permesso a generazioni e generazioni di fantasticare di seguire le orme del proprio mito: da Meazza a Puskas, da Pelé a Maradona, da Baggio a Ronaldo, da Ronaldinho a Messi e così via.

Prendiamo un bambino di otto anni; 2006, anno della cavalcata inarrestabile della Nazionale di Lippi, prima volta che il ragazzino guarda il calcio con interesse. Alla prima con il Ghana vinciamo 2-0, segna il numero 21, dotato di una classe immensa, scocca la scintilla: “Voglio diventare come Pirlo!”

E così, due mesi dopo, eccolo lì il nostro eroe, alle prese con i fondamentali del pallone, pronto a tentare la scalata verso il calcio che conta, proprio come Andrea, partendo dal classico campetto di provincia.

E poco importa se la sua rincorsa si fermerà dieci anni dopo, da rude difensore centrale invece che da regista; saranno stati dieci anni di passione, sacrificio e soddisfazione, nei quali si poteva essere, almeno per un paio d’ore alla settimana, il nuovo Buffon, il nuovo Cannavaro, il nuovo Pirlo, il nuovo Toni, e magari riuscirci anche, in un futuro, senza mai smettere di sognare, insieme agli amici conosciuti sul campo.

Eccola qui, l’importanza del calcio giovanile: una fabbrica di talento, giusto, ma anche un modo per far sì che i sogni diventino realtà.

Federico Targetti
(Calcio Giovanile & Dintorni)

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