CALCIO GIOCATO? NO, CALCIO NEGATO!

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CALCIO GIOCATO? NO, CALCIO NEGATO!

Storia di un ragazzo che sta pagando per errori non suoi

Avete presente la Carta dei Diritti dei Bambini? E la Convenzione sui Diritti del Fanciullo? In molti sanno a cosa mi riferisco, ma, a chi non fosse a conoscenza di queste vere e proprie conquiste degli ultimi decenni, basti sapere che, tra le altre cose, viene affermato il “Diritto di essere trattato con dignità”:

i bambini e i ragazzi, infatti, non sono inferiori agli adulti e non si deve instaurare in loro un senso di frustrazione, molto pericoloso a livello psicologico, in particolare nel periodo adolescenziale.

Immaginate però che, nel calcio giovanile, questo diritto venga calpestato, anche se per negligenza e non per cattiveria: vi verrà in mente qualcosa di simile a quel che è capitato a Matteo (nome di fantasia), che, insieme a suo padre, presente in maniera lodevole nella vita sportiva del figlio, ci ha voluto raccontare le sue disavventure.

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La storia di Matteo…

Ciao a tutti! Mi chiamo Matteo, ho quindici anni e una passione: il calcio. Sono qui perché vorrei raccontare la mia storia… Un po’ fa male tornare a quei momenti, ma se può servire a qualcun altro, allora lo faccio volentieri. Parto dall’inizio?

Ho cominciato a giocare quando ero piccolo e ho imparato in fretta. A nove anni mi ha chiamato la squadra per cui faccio il tifo! Non stavo più nella pelle, vedermi addosso quei colori, poterci giocare ogni settimana, vedere lo sguardo orgoglioso di papà in tribuna… Sono stati anni faticosi e pieni di sacrifici ma felici, dove ho imparato tanto, ma… Ecco, il “ma”. Gli ultimi due anni mi hanno fatto odiare quelle due lettere. “Ma ha ancora una struttura esile”. Come se Messi fosse un gigante… Comunque, dopo averne parlato con i miei, ho deciso di andare in un’altra squadra importante in risposta ad una richiesta ufficiale…

Mi sentivo nel pieno delle forze e con la voglia di dimostrare che non tutto dipende dal fisico! Solo che il mister non mi faceva giocare molto… Due mesi fuori dopo che avevo fatto bene il girone d’andata, non me lo meritavo. Le finali nazionali però le ho giocate, e, purtroppo, perse, contro i campioni in carica… Ma mi sentivo alla grande, dopotutto avevo giocato bene, ed ero pronto a fare ancora meglio l’anno dopo! (dimenticavo, di ruolo faccio il terzino. O, se preferite, difensore esterno basso, come dicono quelli che se ne intendono.)

E invece no, nel bel mezzo di quest’estate scopro che mi vogliono mandare in prestito, per “farmi crescere”… Era proprio necessario usare quella parola? Non lo do a vedere, ma la delusione è forte, ma poi papà mi tira su di morale; mi dice che un suo amico allenatore mi vorrebbe nella sua squadra. Allievi regionali Elitè. Il livello è buono e posso giocare con ragazzi più grandi, forse divento più grosso per davvero. Accetto la sfida!

Il disastro comincia con un rientro anticipato dalle vacanze: c’è da firmare il cartellino. Solo che quelli della segreteria in vacanza ci sono ancora, e allora tocca aspettare fino al primo giorno di preparazione. Nesssun problema, c’è tempo, mi dicono quelli della società dove devo andare. Quel giorno mi alleno, faccio la doccia, metto la firma e papà consegna tutta quella roba che serve per farmi giocare. Tutto a posto? Sì. Mi sento sereno e felice, sta cominciando una nuova avventura!

La prima amichevole la giochiamo contro gli Juniores: quei ragazzoni non mi danno molta sicurezza… E infatti, dopo un quarto d’ora, mi ritrovo su un cordolo di cemento, con un polso rotto e tante scuse da parte di quello che mi è entrato da dietro. Papà, che fa l’infermiere, mi dice che, per la precisione, mi sono rotto il radio… E io che pensavo servisse solo ad ascoltare la musica… Trenta giorni di stop, forse qualcosa di più. Succede, non è la fine del mondo, ma io scalpito, ho fame di calcio. Per non perdere la condizione fisica, mi alleno in palestra.

Ormai mancano due giorni, poi finalmente potrò togliermi questo maledetto gesso! Però papà, con una faccia da funerale, dice che dobbiamo andare al campo, perché il Direttore Generale vuole parlarmi.. “Papà, che c’è? Che è successo?”… Aggiunge solo che la società ha fatto degli errori e che sarò io a pagare. Non è un bel viaggio in macchina… Ma niente in confronto a quando arriviamo. La notizia è terribile: per colpa di una svista della segreteria non potrò giocare fino a gennaio! I documenti sono stati consegnati con un giorno di ritardo e la federazione non sente storie!

Mi crolla il mondo addosso. Non trattengo le lacrime. Come faccio? Quattro mesi! Quattro mesi sono troppi! Papà ci prova fino all’ultimo, chiama amici in federazione, ma niente. Prova anche con una lettera scritta a “quelli che fanno le regole” ma non riceve nessuna risposta. Accidenti a questa maledetta burocrazia!!! Se non altro, ho il sostegno della mia famiglia… E, se non altro, mi tolgono il gesso, il che significa che, se non altro, posso tornare ad allenarmi… Mi sento sollevato, ma senza giocare la domenica è dura…

E quindi eccomi qua, bloccato senza che io e la mia famiglia possiamo fare qualcosa. Quel che è fatto è fatto, io aspetterò e tornerò più forte di prima, ma spero che la mia storia, come mi ha promesso papà, possa servire a qualcosa. Non voglio che qualcun altro con la passione che ho io debba passare attraverso le stesse cose e pagare per un qualcosa che non ha commesso. Lo trovo ingiusto!

Matteo.

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Per comprendere a fondo “chi è Matteo” e cosa rappresenta il calcio per lui, ci viene in aiuto chi lo conosce bene. Fabio è un professionista di “grande sensibilità”, un amico di  Matteo e del babbo, di quelli con la “A” maiuscola per intendersi. Lo segue da tempo ed è un affermato psicologo dello Sport. Fabio, fotografando Matteo e la sua intimità di persona e di “calciatore dentro”,  ci trasmette con grande competenza i valori dello sport, la delicatezza del periodo adolescenziale, l’importanza del sacrifico, della motivazione, dell’impegno.

Un monito per tutti gli adulti, in particolare per tutti coloro che lavorano “con i giovani e per i giovani”. Gli adulti hanno l’obbligo morale di rimuovere tutti quelli ostacoli che minano all’identità dei giovani portando loro profondo rispetto. Un errore formale di una segretaria e un freddo regolamento federale non può avere come unico colpevole Matteo…, un ragazzo con una storia e un vissuto fatto di sacrifici, di impegno, di aspettative…  

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In tutti gli atti relativi ai bambini, siano essi compiuti da autorità pubbliche o da istituzioni private, l’interesse superiore del bambino deve essere considerato preminente”

(Capo 3 Uguaglianza, art. 24 della carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, Nizza 7/12/2000)

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Matteo da un’altra prospettiva…

Nella mia pratica professionale, a contatto con atleti di vario ordine e grado, mi interfaccio spesso con ragazzi e ragazze che vivono momenti di demotivazione o di difficoltà. Specialmente nel vivo dell’adolescenza, in cui lo sviluppo dell’identità costituisce aspetto determinante sul piano della crescita personale. Periodo di poche certezze, di molti dubbi, di fantasie, di sogni, di continua scoperta e sostanziale curiosità. Fase della vita a cui lo sport può dare tanto, tantissimo, in termini di fiducia in se stessi e negli altri insegnando l’importanza della resilienza e del rispetto delle regole quali motori imprescindibili per trasmettere continuità ai progetti, alle ambizioni, all’impegno.

Nei miei percorsi professionali ho avuto la fortuna di poter incrociare la mia strada, osservando atleti “in divenire”, con quella di un giovane calciatore che fa proprio della resistenza e della caparbietà la migliore arma per esprimere alcuni dei più importanti valori dello sport: Matteo. Un ragazzo che ho fin da subito definito “Il Giocatore dentro”: disponibilità al sacrificio, motivazione personale, costanza nell’impegno e desiderio di apprendere. Un atleta ad alta intensità mentale, focalizzato e positivamente competitivo – con se stesso prima che con gli altri – che ha sviluppato resilienza e sano agonismo grazie alla capacità di valorizzare le sfide, le sconfitte, i momenti di gloria e quelli di incertezza.

Un atleta, un giovane amico, che ho onore di portare ad esempio a tutti quegli atleti che – impauriti dal peso di qualche rinuncia, del sudore o frastornati delle pressioni quotidiane – sviluppano incertezze, pensieri negativi, desiderio di abbandono. Essere “Giocatore dentro”, significa per Matteo non solo lottare su ogni pallone come se fosse l’ultimo, lavorare con dedizione e professionalità, ma anche vivere con rispetto ed educazione la vita di squadra, le sue regole, la sua cultura, i suoi linguaggi. Significa combattere con lealtà. Senza pretendere, senza chiedere, ma solo prodigandosi con abnegazione impeccabile ai fini degli obiettivi di gruppo.

Con desiderio di apprendere, di crescere e di individuare ogni giorno, indipendentemente dalla divisa che indossa, nuove motivazioni da mettere sul terreno di gioco. Matteo è, prima che un calciatore di indiscusso valore, un ragazzo che coltiva un sogno, portando sempre rispetto. Senza se, e senza ma. E che merita di ottenere ora, ed in futuro, le soddisfazioni personali che cerca, superando ogni ostacolo con l’umiltà e la passione che contraddistinguono il suo quotidiano agire. Dentro e fuori dal campo. Con profonda stima, Fabio.

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Inutile aggiungere che siamo rimasti colpiti dalla sincerità e dalla forza d’animo di questo ragazzo, libero in una prigione fatta di errori, regole e documenti, dove il comune denominatore è la totale assenza di buon senso. Una prigione che rischia di affievolire una fiamma che comunque brucia più ardente che mai, e che fa capolino dagli occhi. Resisti Matteo, hai ancora tanto da dare e tanto da imparare da questo meraviglioso sport. Intanto, comincino gli altri a imparare da quel che è successo a te…

CONVENZIONE SUI DIRITTI DELL’INFANZIA E DELL’ADOLESCENZA

Art. 3 Gli Stati, le istituzioni pubbliche e private, i genitori o le persone che ne hanno la responsabilità, in tutte le decisioni che riguardano i bambini devono sempre scegliere quello che è meglio per tutelare il loro benessere.

Art.29 Gli Stati riconoscono che lo scopo dell’istruzione è di sviluppare al meglio la personalità di tutti i bambini, i loro talenti e le loro capacità mentali e fisiche.

Art.31 Gli Stati riconoscono che tutti i bambini devono essere trattati con umanità e rispetto: hanno il diritto di riposarsi, giocare, fare sport, esprimere la propria creatività e partecipare alla vita artistica e culturale del Paese in cui vivono.

Federico Targetti (Calcio Giovanile & Dintorni)

Roberto Nencini & Fabio Ciuffini

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