La reazione del calciatore allo scarso impiego: profili motivazionali

La reazione del calciatore allo scarso impiego: profilo autoderminato ed eterodeterminato

Panchina

In che modo può reagire un calciatore poco impiegato dal suo allenatore? È possibile delineare alcuni profili motivazionali in grado di spiegare i diversi stili di adattamento di un atleta a situazione di questo tipo?

Sinteticamente, possiamo affermare che un atleta poco utilizzato e che pertanto sente di essere parte marginale di un progetto tecnico, tende mediamente a:

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  • Sviluppare sentimenti di impotenza
  • Isolarsi dal gruppo
  • Sviluppare meccanismi in grado di alimentare pigrizia sociale nel collettivo
  • Innescare processi e dinamiche avversive verso lo staff tecnico e, talvolta, i compagni
  • Innervosirsi, proiettando le emozioni negative anche al di fuori del campo
  • Diminuire la propria performance in allenamento

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Il suo profilo motivazionale può tuttavia orientarlo verso due possibili direzioni: una di rinuncia e rabbia, l’altra di resilienza e problem solving.

[feature_box style=”18″ title=”Profilo%20motivazionale%20etero%20determinato” alignment=”center”]

Rinuncia e rabbia

Il calciatore valuta che ogni sforzo rischia di essere inutile. All’impegno profuso non corrisponde proporzionale spazio in campo. La panchina diviene elemento di fallimento percepito, rendendo l’atleta meno performante e meno reattivo, mettendo a repentaglio la sua capacità di resilienza complessiva.

Sviluppa desiderio momentaneo di abbandono, cercando spesso un colpevole e limitandosi a tale analisi e conclusione. Essendo la partita domenicale ed il risultato personale e di gruppo obiettivo principale, l’allenamento perde di significato percependo la scarsa rilevanza soggettiva e la modesta visibilità del proprio apporto. Talvolta chi è motivato da aspetti prevalentemente estrinseci (premi, gloria, successi, titoli), non accetta una transitoria difficoltà, sviluppando ansia, insicurezza e nervosismo globale, predisponendosi ad un pensiero intrusivo che ruota essenzialmente attorno al momento di difficoltà sportiva.

Da un punto di vista relazionale, tende anche a creare piccoli sottogruppi in squadra, spesso alienandosi dalle attività ludiche e partecipando marginalmente alle attività collettive, cercando alleanze con coloro che sono tendenzialmente meno impiegati dal mister.

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[feature_box style=”18″ title=”Profilo Motivazionale autodeterminato” alignment=”center”] 

Resilienza e problem solving

L’obiettivo del proprio percorso di crescita è l’acquisizione di competenze e la graduale crescita e miglioramento della propria prestazione. La sensazione di impotenza è presente nell’atleta, ma la reazione è orientata all’individuazione di strade che possano aiutare a migliorare la propria performance cercando di cogliere l’aspetto o gli aspetti sui quali  si sente carente a prescindere dalla valutazione transitoria di un allenatore.

Nonostante la difficoltà personale, non si isola, ma anzi cerca e trova nel gruppo motivo di conforto e di dialogo, facendo tesoro dei punti di vista dei compagni e cercando di cogliere anche elementi utili ad orientare il proprio impegno.

Mantiene la calma e la concentrazione, continuando a lavorare sul campo senza cali di intensità, ritenendo comunque utile l’esperienza vissuta e ponendosi obiettivi prestativi a breve, medio e lungo termine. Anche qualora lo spazio di espressione in squadra sia modesto, il calciatore autodeterminato lavora per il proprio futuro e la propria crescita, cercando di creare a livello tecnico e motivazionale migliori presupposti per strade e soluzioni future più adatte alle proprie necessità individuali, anche qualora sia probabile la necessità di cambiare squadra.

L’autodeterminato reagisce alla difficoltà con aggressività positiva, senza cadere nel pericolo dell’inerzia mantenendo atteggiamento positivo, autostima o auto efficacia. Scarica la tensione su aspetti esterni al campo, con buona gestione emotiva. Focalizza l’attenzione su ciò che può controllare e non su ciò che non può controllare direttamente (ad esempio le scelte del mister), restando concentrato e facendosi trovare pronto, fisicamente e mentalmente.
Ricerca proattivamente il dialogo con il mister cercando di mettere a fuoco quali siano le richieste del tecnico e quali le azioni o attività utili a contribuire alle necessità di squadra.

Coerentemente con la Teoria dell’Autodeterminazione di Deci e Ryan (1985), è possibile affermare che il calciatore motivato intrinsecamente non smette di ricercare la soddisfazione dei propri bisogni di competenza, autonomia e relazione.

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È evidente quanto la capacità adattiva di un profilo motivato intrinsecamente e quindi autodeterminato, sia maggiormente funzionale a sostenere un processo di crescita duraturo (soprattutto laddove tale momento di difficoltà si verifichi in un giovane calciatore in piena evoluzione).

Tuttavia, il ruolo di un allenatore è essenziale nel creare validi presupposti affinché tale adattamento sia positivo, attraverso lo sviluppo di dinamiche e relazioni che siano basati sul confronto ed il dialogo, e che consentano ad un ragazzo di predisporsi a ricercare attivamente strade capaci di rispondere meglio alle sue richieste tecniche o comportamentali e soprattutto alle proprie necessità e bisogni di competenza.
Il dialogo infatti facilita la reazione del calciatore e l’interiorizzazione dell’esperienza da lui vissuta, grazie alla quale quest’ultimo “fa propri” alcuni spunti offerti dal mister rendendoli perno e motore del proprio desiderio personale di crescita sportiva.

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Dott. Fabio Ciuffini
Psicologo dello Sport
Sito Web personale

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