Serie A 2018/19. Giocatori italiani e loro utilizzo.

DOPO LA PRIMA DI CAMPIONATO, o quasi…

Per non essere frainteso. Non è colpa degli stranieri! Le prime indicazioni sulle formazioni titolari nella prima giornata di serie A parlano chiaro. La situazione è in stallo rispetto agli anni passati. Ormai è un dato di fatto. Si sono convinti tutti. In Italia non ci sono più talenti!

É incredibile questa affermazione, soprattutto se a farla sono gli addetti ai lavori. Quelli che, per intendersi, dovrebbero studiare, capire e comprendere, non solo gli aspetti prettamente tecnici o fisico atletici, ma anche in quale contesto sociale, educativo e motivazionale crescono i calciatori del futuro. E, soprattutto, quali opportunità sono date loro per crescere e maturare!

In maniera ormai stereotipata e fin troppo scontata i giovani calciatori nostrani sono considerati solo dei “bambini viziati, senza fame di arrivare e con poca carica agonistica“. Vero per alcuni… Ma non per tutti! La generalizzazione e il disfattismo, mia opinione personale, non è la soluzione!

Un paese che fa del calcio una sorta di religione, è innaturale essere così poco attenti alla crescita, alla formazione e al rilancio del calcio “Made in Italy”. E allora meglio dirigere le attenzioni oltralpe, o al di là dell’Oceano, o, tuttalpiù andare “sull’usato sicuro”! Ma diamo un pò di numeri.

Le prime quattro squadre classificate nella stagione 2017-18 (Juventus, Napoli, Roma e Inter) si sono presentate al fischio iniziale con 8 calciatori italiani (su 44) confermando, grosso modo, il dato dell’anno scorso. Se prendiamo in considerazione non solo la quantità ma anche l’età dei calciatori schierati, il dato diventa ancor più preoccupante, soprattutto in prospettiva nazionale dove, alcuni di loro, hanno già lasciato da tempo.

È il caso di Chiellini, che insieme al rientrante Bonucci, formano la coppia difensiva dei centrali bianconeri. Il Napoli di Ancelotti manda in campo il solo Insigne autore di una grande rete che suggella la vittoria del Napoli a Roma, contro la Lazio. I biancocelesti, di contro, schierano gli ormai veterani Acerbi, Parolo, Immobile, quest’ultimo in gol come ci ha abituato da tempo.

La Roma di Di Francesco ha schierato il trio Florenzi-De Rossi-El Sharaawy. Dei tre, l’ex campione del mondo e, ormai, ex “capitan futuro”, ha già lasciato la nazionale. Non rimane che sperare nella consacrazione di Florenzi e nel rilancio dell’ex Milan El Sharaawy.

Veniamo all’Inter. I soli D’ambrosio-Politano sono scesi in campo contro il Sassuolo che, a dispetto del blasone nerazzurro e dell’esterofilia dominante, ha una base di giocatori tutta italiana. I neroverdi hanno “mostrato i muscoli” contro gli undici di Spalletti, portando  a casa l’intera posta con una squadra “giovane” dove spiccano le prestazioni dei due difensori centrali Ferrari (26) e Magnani (22).  1-0 il risultato finale con gol di un ritrovato Berardi (24) su calcio di rigore. 

Tutto questo per dire cosa? Pochi, pochissimi italiani in campo nelle squadre di vertice. Squadre che, un tempo, fornivano la maggior parte dei calciatori titolari alla nazionale (ci ricordiamo il blocco Juventus?). Pochi calciatori italiani e, per di più, a parte qualche eccezione, non proprio in età giovanissima e con valori tecnici tali da non essere nell’Olimpo del Calcio.

Non rimane che sperare nelle squadre minori. Empoli e Cagliari, ad esempio, si sono affrontate al Castellani con 15 calciatori italiani in campo, di cui alcuni di belle speranze, come l’attaccante azzurro La Gumina (ancora ventiduenne) che è stato l’investimento più dispendioso dell’era Corsi (9 milioni di euro),  o il portiere sardo Cragno (l’opaca prestazione non ne scalfisce il valore).

È vero, la serie A non è per tutti, ma perché, mi chiedo, non “rischiare” (termine improprio) mai un ragazzo promettente e che ha un profilo psicotecnico da prima fascia? Ormai siamo immuni al provarci, a dargli fiducia. Già, fiducia, parola strana nel nostro calcio. Ed è così che ai giovani promettenti è “consigliato di andare a farsi le ossa” altrove, magari in squadre e campionati minori.

Ci mancherebbe, onorabilissimi campionati, dove qualcuno può mettersi in mostra, crescere e fare il salto in un secondo momento. Ma è possibile che tra i nostri vivai non ci siano calciatori da lanciare nella massima serie? Se per alcuni è corretto migrare in serie C, per altri potrebbe essere più indicato il grande salto nel calcio d’élite per non imbastardire le qualità innate, l’attitudine, il genio, la fantasia…
Insieme alla fiducia, ho l’impressione che anche la “creatività” non sia ben vista dai nostri club. 

A proposito qualcuno di voi sa dirmi quanti under 21, escluso Donnarumma, hanno giocato la prima di campionato di serie A 2018/19?

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