Genitori e Società sportive: e se iniziaste a parlarvi di più e meglio?

Una breve riflessione sul complicato rapporto genitori-società 

Ha fatto piuttosto discutere in questi giorni l’intervento mediatico dell’ex calciatore Daniele Adani (oggi stimato commentatore televisivo) in merito al comportamento che i genitori dovrebbero tenere dopo aver accompagnato i propri figli all’allenamento.

La sintesi è chiara: “accompagnateli e poi…andatevene” (per usare un eufemismo).

Non è mia intenzione disquisire sull’opinione specifica di Adani, tuttavia mi viene da pensare che il messaggio che passa sia sempre lo stesso: ” i genitori sono il problema vero del calcio!“.
Al netto di numerose esperienze lette e raccontate ogni giorno in cui le intemperanze genitoriali rappresentano il triste fulcro delle narrazioni post partita nei settori giovanili, ritengo che vada fatta un’analisi più approfondita del tema.

Per molti addetti ai lavori, i genitori rappresentano un problema,  perché:

  1. intervengono in dinamiche tattiche e tecniche che non li riguardano
  2. fanno pressioni ai figli rendendo faticosa la loro esperienza sportiva sul piano emotivo
  3. pretendono che i loro ragazzi giochino sempre e magari più degli altri sollecitando spesso i mister in tal senso.
  4. hanno comportamenti diseducativi dagli spalti che rendono difficile il lavoro formativo delle società sui ragazzi
  5. sono disposti a pagare per dare opportunità ai propri figli di crescita tramite sponsorizzazioni o “contributi” non ben definiti che spingano (spesso illusoriamente) i propri figli a giocare in contesti competitivi. 

Secondo molti genitori, invece:

  1. le società vivono (anche) alle spalle delle loro quote annuali (in primis nelle scuole calcio) e delle loro disponibilità a collaborare
  2. le famiglie hanno il diritto, in virtù di ciò, di monitorare che il proprio figlio sia seguito secondo i propri principi educativi
  3. tutti i ragazzi hanno il diritto di giocare e di esprimersi in campo, per cui non c’è niente di anormale nel chiedere ad una società pagata per far divertire il figlio di farlo esprimere al pari degli altri, in primis in ambito dilettantistico.
  4. spesso sono gli allenatori per primi a dare l’esempio sbagliato con comportamenti incoerenti, aggressivi e diseducativi frutto di scarsa formazione sulle dinamiche relazionali e psicologiche di gruppo
  5. le società sportive hanno sviluppato prassi e metodologie di “relazione” e gestione dei ragazzi (anche sul piano contrattuale) che nulla hanno a che vedere con i veri valori dello sport e con la meritocrazia.

Potremmo aggiungere altre mille idee o opinioni, ma mi fermo qua. Quello che mi interessa sottolineare è che la sintesi dei due punti di vista passi attraverso alcune linee guida che ritengo essenziali promuovere:

  1. non è rilavante il fatto che un genitore stia o non stia a bordo campo durante un allenamento o una partita, bensì è determinante il modo con cui ci sta. Una società sportiva deve impegnarsi affinché siano chiare le modalità con cui ciò debba avvenire.
  2. gli istruttori e gli allenatori, ma aggiungerei i dirigenti sportivi devono porsi in condizione di dare l’esempio ai genitori. Aspetto quanto mai fattibile laddove ci sia volontà di formarsi, ascoltare, accogliere, PRATICARE ed esigere (COERENTEMENTE) certi comportamenti a bordo campo.
  3. è necessario che una società scelga una linea guida chiara rispetto alle prassi e principi di lavoro adottati e che la comunichi con altrettanta trasparenza alle famiglie che desiderano tesserare un figlio. Non credo ci sia in assoluto un modo giusto ed uno ingiusto di procedere (ad esempio in tema di gestione e composizione dei gruppi e delle attitudini) dato che ogni scelta ha un suo costo, ma penso sia diritto di una famiglia sapere con quali idee una società porti avanti un progetto tecnico e psicosociale.
  4. è essenziale definire i confini tra i diritti ed i doveri di una società sportiva ma anche i diritti ed i doveri dei genitori. La sensazione che da sempre ho è che non siano così chiari i limiti reciproci e che ciò crei estrema confusione, sovrapposizione di ruoli e pertanto conflitto.

L’idea che porto avanti e portiamo avanti con CalcioScouting è che la famiglia sia una risorsa fondamentale del nostro sport e del calcio in particolare ma che abbia bisogno di esempi positivi, spesso assenti anche all’interno delle stesse società.

Al tempo stesso una realtà sportiva è un’organizzazione complessa, costosa ed impegnativa che ha il diritto di portare avanti i propri obiettivi senza ingerenze di ruolo, ma anche con chiari doveri di comunicazione verso l’esterno, genitori compresi. In modo strutturato e propositivo.

Il muro contro muro non può che far peggiorare le cose.

“Genitori: quando portate i figli ad allenarsi, poi dovete togliervi dai cogl**ni”

 

Dott. Fabio Ciuffini
Psicologo dello Sport & Mental Trainer
www.psicologodellosport-toscana.it

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